Prato, 3 aprile 2009.
Se di perfezione artistica si può parlare, quanto visto al Politeama vi si avvicina molto. E ve lo dice uno che Piero Pelù lo ha stimato per come scriveva e cantava ai tempi dei Litfiba (soprattutto dei vecchi Litfiba), ma nulla di più. Il seguito (da “Infinito”, volendo essere buoni) lo aveva semplicemente messo nel dimenticatoio, con qualche piccola eccezione ogni tanto.
Ma al Politeama Pratese ecco la svolta: arditi sermoni e denunce sociali, concatenazioni e commistioni di canto e recitazione, pioggia di luci e piccoli gesti che non potevano non lasciare il pubblico senza parole. Anche se in quel pubblico c’era uno come me, ben lontano da definirsi un fan di Piero.
Spettacolo diviso in due parti, una prima parte adatta alla “Prima Guardia”, una seconda più moderna e meno emozionante. Tralascerò quest’ultima, non avendo le competenze e le conoscenze per poterne parlare (almeno, per quel che concerne la parte musicale).
Stride, stride quasi da subito la voce di Piero. Stride per ciò che dice, stride perché (ri)apre gli occhi del pubblico con la stessa veemenza di una pioggia di luce che irrompe nel buio. Stride, perché la realtà che si manifesta sul palco è la realtà che, purtroppo, ci accompagna ed attende fuori dal teatro, come ogni giorno, come ogni notte.
Tante le tematiche toccate. La paura del diverso, innanzi tutto. La dura esistenza dell’essere “incompreso ed incomprensibile”, la difficile vita di chi non segue i canoni del mondo come dogmi scevri da cuore e mente, ma crea dei canoni in se stesso, nuovi, diversi. Diversi ed incomprensibili ai più. Già era bastato questo a confondere i miei occhi, a gonfiarli di ricordi e di lacrime… ripensando al dolore di un’esistenza in cui in ogni istante pareva che solo una maschera di cera, sempre bollente eppur sempre legata al proprio cuore, potesse farmi sentire accettato dagli altri, nella magra consolazione che una birra fuori è meglio di una vita dentro, soli.
E poi… la guerra. La guerra dei potenti che schiaccia i deboli. La guerra dei potenti che non lascia nulla se non assurde antitesi, antitesi dell’animo, innanzi tutto, oltre che paradossali giochi di parole, a cui qualche stolto crede: “distruggere per ricostruire”, “far la guerra per la pace”, ed idiozie simili.
E poi l’acqua, il problema che più coinvolgerà il nostro mondo nei prossimi decenni. L’acqua (magistralmente legata a Woda Woda), quel bene prezioso ed inestimabile, madre delle nostre esistenze, eppure così inaccessibile ai più. “Se i soldi per le guerre venissero spesi in pozzi per ricavare l’acqua, si potrebbe trasformare il Sahara in un immenso giardino”. Frase ovvia quanto inascoltata. Riflettere. Basterebbe riflettere solo un istante.
E poi? E poi ce n’è ancora per tutti. Ma meglio che la curiosità spinga il lettore ad andare a vedere coi suoi occhi e ad ascoltare quanto Piero avrà da dire, poiché non c’è modo di descrivere qui, a parole, ciò che si presenta, lucidamente assurdo quanto reale, sul palco.
Non c’è un vero filtro, non c’è neppure per chi non è un vero fan. Non c’è perché è la realtà ciò che scorre nelle parole, nella musica. E la realtà è inconfutabile, purtroppo. Costante riflessione è la chiave di lettura; la musica agli occhi di chi, come me, non è, ribadisco per la centesima volta, un fan di Piero, diviene un mero contorno, piacevole, ma indissolubilmente legato alla parte recitata, che prende il sopravvento e ti spinge ad essere. Essere, di nuovo.
Vale la pena assistere a questo spettacolo, ne vale decisamente la pena. E Trieste mi attende…
















